Di Josephine Hammerschmitt e Francesca Tripodi
Il desiderio sessuale è uno dei temi più ricorrenti nella pratica clinica. In particolare, la discrepanza del desiderio – la condizione in cui i partner sperimentano “livelli” diversi di desiderio, generando frustrazione e conflitto – è tra i motivi più frequenti che portano le coppie a chiedere aiuto.
Per quanto diffusa, resta anche una delle problematiche più ostiche da trattare. In questo articolo vedremo perché il tentativo di far combaciare intensità e frequenza del desiderio tra i due partner finisce, paradossalmente, per complicare le cose. Vedremo poi come sia possibile ottenere risultati concreti quando l’obiettivo del lavoro clinico non è l’allineamento, ma la conoscenza reciproca.
Perché inseguire la stessa libido rende la discrepanza più difficile da trattare
Una speranza silenziosa, e poco realistica
Quando chiediamo ai pazienti quale sia il loro obiettivo terapeutico, molti rispondono più o meno così: “Vogliamo colmare le nostre differenze, sembra che abbiamo esigenze sessuali così diverse…”. Dietro questa frase si nasconde spesso la speranza di raggiungere una sincronia quasi automatica, in cui il desiderio dell’uno coincida sempre con quello dell’altro. È un’idea comprensibile, che spesso caratterizza le fasi iniziali di una relazione; mantenerla come aspettativa a lungo termine, però, è irrealistico, e può trasformarsi in una fonte di delusione continua.
Un’illusione che, a volte, condividiamo anche noi clinici
Vale la pena ammetterlo: anche i professionisti possono cadere nella stessa trappola. Far coincidere le due libido sembra un traguardo semplice da misurare, un obiettivo pulito e rassicurante. Rincorrerlo, però, rischia di farci perdere di vista un lavoro molto più utile, anche se meno immediato: capire davvero come il piacere e il desiderio funzionano per ciascun partner.
Desiderio spontaneo o responsivo? Il problema di un’idea troppo rigida
Quando chiediamo ai pazienti cosa intendano per desiderio sessuale, la maggior parte descrive ciò che la letteratura definisce “desiderio spontaneo”: un impulso che sembra emergere dal nulla, e che viene avvertito come “naturale” quando c’è attrazione sessuale. Esiste però un secondo modo, altrettanto fisiologico, di sperimentare il desiderio: quello responsivo (o reattivo), che nasce dal contesto – una carezza, un gesto affettuoso, un’attenzione ricevuta – più che precederlo. Questo secondo profilo, ben descritto anche dal modello circolare di Rosemary Basson, è particolarmente frequente, ma raramente viene riconosciuto come normale. Per chi ha un profilo prevalentemente responsivo, l’aspettativa di provare un desiderio spontaneo “prima” del contatto fisico non è solo irrealistica: rischia di generare vissuti di inadeguatezza, colpa, o la sensazione di avere “qualcosa che non va”.
Conoscere il proprio desiderio prima di poterlo condividere
Molti pazienti, semplicemente, non hanno mai avuto l’occasione di riflettere sui propri meccanismi del desiderio. Quando emerge, se emerge, il desiderio spontaneo? Cosa lo accende quando è responsivo? Una domanda ancora più a monte, e spesso trascurata, è: cosa piace davvero a questa persona? Desideriamo solo ciò che, in qualche forma, ci procura piacere; quindi capire dove, come e in quali circostanze un contatto risulta piacevole (un momento della giornata, un certo tipo di attenzione, un contesto privo di pressioni) è un passaggio imprescindibile. Senza questa “mappa” personale, e senza quella del partner, la discrepanza resta un enigma da risolvere a tentoni; l’ambizione di allinearsi finisce anzi per ostacolare proprio il lavoro di comprensione che servirebbe.
Come si cura davvero la discrepanza del desiderio
La parola d’ordine, in questo tipo di lavoro clinico, è qualità più che quantità. Spesso le differenze nello stile di desiderio hanno accumulato nel tempo tensione e frustrazione: prima di tutto, va allentata quella tensione. Senza uno spazio relazionale sereno, il piacere non ha modo di manifestarsi, e il desiderio fatica a ritrovare posto nella coppia.
Sostituire la pressione della coincidenza con la curiosità reciproca
Chiedere al partner con desiderio apparentemente “più alto” e spesso più spontaneo di rallentare – o chiedere all’altro di “accelerare” – genera solo pressione. Il peso ricade quasi sempre, in modo asimmetrico, su chi desidera meno, il che trascura la natura profondamente relazionale del desiderio. Difficilmente il piacere nasce dal disagio. Per questo motivo conviene partire da un cambio di prospettiva: non allineare i desideri, ma esplorarli, uno per uno, come due mappe distinte da mettere a confronto.
Partire dal piacere non sessuale
Il lavoro di conoscenza reciproca può, anzi dovrebbe, iniziare fuori dalla camera da letto. Per chi ha un desiderio più basso, il contesto sessuale è spesso già associato a una risposta di allerta o di stress condizionato; concentrarsi su piaceri fisici non sessuali allenta questa associazione e prepara il terreno per il desiderio sessuale vero e proprio. Nel frattempo, il partner con desiderio più alto impara a tollerare l’incertezza e a essere più creativo nel dare piacere. Tenersi per mano, massaggiarsi, abbracciarsi: piccoli gesti che vale la pena coltivare anche come fine in sé, perché rafforzano la relazione a prescindere dal loro effetto sul desiderio sessuale.
Riportare il piacere al centro dell’intimità
Quando l’obiettivo diventa “adattarsi” al ritmo dell’altro, l’attenzione si sposta dal piacere alla prestazione, e la pressione da prestazione è, per definizione, incompatibile con il desiderio, che nasce solo in condizioni di sicurezza e rilassamento. Il lavoro clinico più efficace, allora, riporta il focus dove dovrebbe stare: sul piacere condiviso. Spesso è proprio esplorando insieme copioni sessuali, esperienze passate e convinzioni rigide su cosa “dovrebbe” essere il sesso che si libera nuovo spazio per l’intimità.
Non fermarsi alla superficie: fattori strutturali da non ignorare
Finché lo sguardo clinico resta fissato sull’allineamento delle libido, si rischia di non vedere ciò che davvero alimenta la discrepanza: dinamiche di coppia irrisolte, esperienze traumatiche, stress cronico, problemi di salute, carichi domestici e lavorativi squilibrati o, più semplicemente, circostanze di vita difficili. Non è raro, ad esempio, incontrare pazienti cresciuti in contesti che scoraggiavano l’ascolto del proprio desiderio, insegnando loro invece a occuparsi del piacere altrui: arrivano in terapia convinti di avere “poco desiderio”, quando in realtà non hanno mai imparato a riconoscerlo. Se questi nodi strutturali restano irrisolti, il lavoro sul desiderio rischia di girare a vuoto. Affrontarli – con un lavoro dedicato o con l’invio a uno specialista – è spesso ciò che permette al desiderio di tornare a manifestarsi in modo autentico.
Conclusione
Il messaggio centrale di questo articolo è semplice, anche se controintuitivo: il primo passo per trattare la discrepanza del desiderio non è cercare di far coincidere le libido dei partner. È, piuttosto, un’occasione per comprendere meglio come ciascuno vive il piacere e il desiderio, un lavoro che, ben condotto, avvicina la coppia e migliora la qualità della relazione ben oltre la sfera sessuale.



