Disforia di genere…chiariamoci le idee!

Dott.ssa Elisa Viozzi

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Dobbiamo considerare l’identità sessuale di ogni individuo come costruita da diverse componenti fondamentali, dalla quale interazione scaturisce l’essere unico ed irripetibile di ogni persona: in breve, potremmo dire che ciò che definiamo “identità sessuale” si riferisce alla complessa relazione tra il sesso biologico, l’identità e il ruolo di genere e l’orientamento sessuale.

Quando parliamo di “identità di genere” intendiamo la percezione unitaria e persistente di se stessi come appartenente al genere maschile o al genere femminile o ambivalente. La maggior parte della società fa coincidere l’identità di genere con l’identità sessuale attraverso una sorta di conformismo psicologico, supportato dal fatto che la nostra cultura ha previsto per molto tempo la definizione di solo due generi, corrispondenti ai due sessi biologici. In base all’orientamento sessuale, poi, un individuo avrà un’attrazione sentimentale – sessuale verso una persona dello stesso sesso o del sesso opposto.

La persona con disforia di genere vive una completa disarmonia tra gli aspetti biologici e l’identità di genere, con la costante consapevolezza di appartenere al genere opposto e di essere imprigionato in un corpo che non lo rappresenta. Per far chiarezza nelle varie espressività dell’identità sessuale del complesso mondo della disforia di genere, prenderemo ora in esame alcune terminologie, spesso utilizzate in maniera inappropriata, ma di fondamentale importanza per riflettere correttamente su questo argomento:

  • TRANSESSUALE MtF (acronimo di male to female): indica la persona di sesso biologico maschile ed identità di genere femminile, che sta effettuando o non ha portato a termine il percorso di transizione (ormonale/chirurgico) che la condurrà ad acquisire l’identità sociale/sessuale del proprio genere. iferendosi ad una persona trans t corretto l’uso del genere femminile (ad esempio “la transessuale”), rapportato all’identità di genere del soggetto.
  • TRANSESSUALE FtM (acronimo di female to male): indica il percorso opposto a quello MtF, dunque la persona di sesso biologico femminile ed identità di genere maschile che sta effettuando o non ha portato a termine il percorso di transizione per riappropriarsi della sua identità sociale / sessuale maschile. iferendosi ad una persona trans t corretto l’uso del genere maschile, sempre rapportato all’identità di genere del soggetto.
  • TRANSGENDER: la persona che non appartiene e non si riconosce nelle due categorie binarie maschio-femmina, o che rifiuta i ruoli sessuali sociali assegnati sin dalla nascita, adottando dunque una identità di ruolo personale e sentita come propria, che va oltre il ruolo di genere stereotipato ed inteso come costrutto storico-culturale. Come spiega Bockting, il termine Transgender è un aggettivo per descrivere un gruppo diverso di individui che incrociano o trascendono le categorie di genere culturalmente definite.

 

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La persona transessuale, secondo il DSM 5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), soffre del Disturbo di Identità di Genere (DIG). Tale espressione si riferisce ad una notevole sofferenza che l’individuo vive rispetto alla discordanza percepita, parziale o completa, tra il sesso biologico assegnato alla nascita e l’identità di genere. La persona transessuale, dunque, si sente imprigionata in un corpo che sente a s estraneo e che rifiuta, e intraprende

un percorso di trattamenti ormonali e chirurgici per conformare il corpo e le sue caratteristiche alla propria identità di genere, acquisendo cos i tratti distintivi, nonché l’identità sociale e sessuale, del genere a cui sente di appartenere.

Va, comunque, sottolineato che questa categoria diagnostica viene continuamente sottoposta a critiche e rivisitazioni. Le più recenti portano alla luce il quesito se una tale diagnosi non “patologizzi” una condizione

che potrebbe essere considerata solo come una normale conseguenza di una varianza di genere. A tal proposito, la WPATH (World Professional Association for Transgender Health), organizzazione dedicata alla comprensione e il trattamento dei disturbi dell’identità di genere, ha rilasciato una dichiarazione nel Maggio 2010 incoraggiando, universalmente, la depsicopatologizzazione del disturbo d’identità di genere, argomentando che: “l’espressione delle caratteristiche di genere, inclusa l’identità, che non associata in maniera stereotipata con il sesso di nascita assegnato ad ognuno, è un fenomeno umano comune e culturalmente diverso; che non dovrebbe essere giudicato come naturalmente patologico o negativo” (WPATH Board of Directors, 2010).